Le trappole che esistono solo in questa coppia di lingue, ognuna con la frase corretta accanto.
Se sei finito qui cercando come si dice una parola, garlic per aglio, spoon per cucchiaio, white per bianco, parti da un vantaggio che quasi nessuno ti racconta: l'inglese e l'italiano hanno un magazzino di parole in comune enorme. Circa metà del lessico inglese arriva dal latino, quasi sempre passando dal francese, e questo vuol dire che nation, possible, animal, necessary, famous, terrible e qualche migliaio di altre parole le riconosci prima ancora di studiarle. Non stai partendo da zero. Stai capendo quali cose puoi portarti dietro dall'italiano, quali si somigliano quel tanto che basta per fregarti, e quali abitudini conviene lasciare fuori dalla porta.
Le semplificazioni sono più di quante te ne aspetti. Il verbo inglese quasi non si coniuga: dove l'italiano ha mangio, mangi, mangia, mangiamo, mangiate, mangiano, l'inglese ha eat per tutte le persone tranne la terza singolare, che aggiunge una lettera sola in he eats. Gli aggettivi non si accordano mai: a big house e two big houses hanno lo stesso big, mentre in italiano dovresti passare da grande a grandi. L'articolo determinativo è uno solo, the, contro il, lo, la, i, gli, le. Chi studia l'italiano ci invidia esattamente queste tre cose, quindi vale la pena incassarle subito invece di darle per scontate.
I problemi veri stanno altrove, e sono sempre gli stessi tre. Il primo è la pronuncia: l'italiano chiude quasi ogni parola con una vocale, l'inglese no, e la bocca aggiunge da sola una vocalina che tradisce l'accento in mezza sillaba. Il secondo è il soggetto: in italiano piove è una frase intera, in inglese devi dire chi o cosa fa l'azione anche quando non la fa nessuno. Il terzo sono i falsi amici, e qui l'italiano ha una collezione impressionante, proprio perché la parentela latina ci ha regalato decine di parole identiche nell'aspetto e diverse nel significato.
Le tre sezioni qui sotto affrontano un problema per volta, sempre nella stessa forma: cosa fa l'italiano, cosa succede quando lo traduci di peso, e la frase inglese giusta da tenere in tasca. Nessuna regola astratta senza un esempio accanto, perché a te non serve sapere come si chiama la regola: ti serve dire la frase e sentirla suonare bene.
Clicca su una frase qualsiasi per vederne la traduzione, la spiegazione grammaticale e frasi di esempio.
Attiva la traduzione dell'intera pagina per leggere in parallelo in italiano e in inglese.
Ascolta la storia letta ad alta voce con l'evidenziazione parola per parola, per migliorare pronuncia e velocità di lettura.
Guida pratica al vocabolario inglese essenziale per principianti con esempi e traduzioni italiane. Impara parole e frasi utili fin da subito.
tipsGuida pratica per italiani che studiano inglese: strategie, esempi concreti, errori tipici da evitare e consigli per migliorare velocemente.
<p>Un falso amico è una parola che in inglese esiste, si scrive quasi come in italiano e vuol dire un'altra cosa. Sono pericolosi proprio perché non ti fanno sospettare niente: la frase esce liscia, chi ascolta capisce il contrario, e nessuno dei due se ne accorge sul momento. L'italiano ne ha una raccolta particolarmente ricca, per un motivo storico preciso. L'inglese ha preso in prestito parole latine e francesi per secoli, spesso in un significato ristretto o tecnico, mentre in italiano la stessa parola ha continuato a voler dire quello che aveva sempre voluto dire. Ecco le più insidiose, ognuna con la frase inglese giusta accanto.</p> <ul> <li><em>Eventualmente</em> non si traduce con <strong>eventually</strong>, che significa alla fine, dopo un certo tempo. Se intendi se capita, se per caso, di' <strong>I might come tomorrow</strong>.</li> <li><em>Attualmente</em> non è <strong>actually</strong>, che vuol dire in realtà e serve a correggere qualcuno. Attualmente si dice <strong>currently</strong>: <strong>I currently work in Milan</strong>.</li> <li><em>Sensibile</em> non è <strong>sensible</strong>, che significa assennato, di buon senso. La persona che si commuove è <strong>sensitive</strong>: <strong>She is very sensitive</strong>.</li> <li><em>Morbido</em> non è <strong>morbid</strong>, che descrive un interesse malsano per la morte e per le disgrazie. Il cuscino è <strong>soft</strong>: <strong>This pillow is really soft</strong>.</li> <li><em>Camera</em> in inglese è la macchina fotografica. La stanza è <strong>room</strong>: <strong>My room is on the second floor</strong>. Chiedere in albergo <strong>Where is my camera?</strong> porta a un malinteso garantito.</li> <li><em>Fattoria</em> non è <strong>factory</strong>, che è la fabbrica. La fattoria è <strong>farm</strong>: <strong>My grandparents have a farm near Siena</strong>.</li> <li><em>Libreria</em> è <strong>bookshop</strong> se ci compri i libri e <strong>bookcase</strong> se ci appoggi i libri. <strong>Library</strong> è la biblioteca, dove i libri si prendono in prestito: <strong>I bought it in a bookshop</strong>.</li> <li><em>Parenti</em> non sono i <strong>parents</strong>, che sono soltanto la madre e il padre. Zii, cugini e nonni sono <strong>relatives</strong>: <strong>I have relatives in Australia</strong>.</li> <li><em>Pretendere</em> vuol dire esigere, e in inglese è <strong>to demand</strong> oppure <strong>to expect</strong>: <strong>He demands an answer today</strong>. <strong>To pretend</strong> significa invece fare finta: <strong>The child pretended to be asleep</strong>.</li> <li><em>Educato</em> nel senso di beneducato è <strong>polite</strong>: <strong>He is a very polite boy</strong>. <strong>Educated</strong> parla di studi fatti, non di buone maniere.</li> <li><em>Confrontare</em> è <strong>to compare</strong>: <strong>Let us compare the two versions</strong>. <strong>To confront</strong> vuol dire affrontare qualcuno di petto, di solito in un litigio.</li> <li><em>Annoiato</em> è <strong>bored</strong>: <strong>I was bored during the meeting</strong>. <strong>Annoyed</strong> significa seccato, infastidito, che è un'altra faccia e un altro tono di voce.</li> </ul> <p>Due avvertenze pratiche. La prima: i falsi amici fanno più danni a chi parla bene, perché a un livello alto nessuno sospetta l'errore e ti prende in parola, mentre a un principiante si perdona tutto. La seconda: guarda cosa hanno in comune quasi tutti. Sono parole astratte, che parlano di tempo, di sentimenti, di atteggiamenti e di rapporti fra persone, cioè esattamente il vocabolario con cui si dicono le cose delicate. Nessuno ha mai rovinato una conversazione confondendo il pane con il burro.</p> <p>La regola pratica è semplice: quando una parola inglese ti sembra troppo familiare, è proprio quello il momento di controllarla. Le parole trasparenti che funzionano davvero sono così tante che le poche traditrici valgono i due secondi di verifica. E se ti accorgi dell'errore mentre parli, non riavvolgere la frase: rifalla da capo con la parola giusta, che in inglese è una mossa normalissima e nessuno ci fa caso.</p>
<p>Quasi ogni parola italiana finisce con una vocale. È una regolarità così profonda che la bocca non la vive come una regola, ma come l'unico modo in cui una parola può finire. L'inglese invece è pieno di parole che finiscono in consonante, spesso in gruppi di consonanti, e allora scatta un riflesso: si aggiunge una vocalina di appoggio. <strong>Dog</strong> diventa dogga, <strong>stop</strong> diventa stoppa, <strong>and</strong> diventa anda, <strong>work</strong> diventa worka. Se esiste un dettaglio solo che spiega da dove viene l'accento italiano in inglese, è questo, ed è anche la buona notizia: una volta che lo senti, si corregge. L'esercizio è chiudere la parola e togliere la voce insieme alla consonante, senza lasciarle una coda. Provalo su <strong>good night</strong> finché non resta più niente dopo la t.</p> <p>Il secondo tratto è l'acca. In italiano l'acca si scrive in ho, hanno, che, ma non si pronuncia mai: quel suono nella nostra lingua non esiste. In inglese invece è un soffio vero, con un suo peso, e se sparisce <strong>have</strong> diventa av, <strong>house</strong> diventa aus, <strong>hotel</strong> perde l'inizio. Poi arriva la parte insidiosa, l'ipercorrezione: chi si accorge del problema comincia a mettere l'acca anche dove non serve, e <strong>I ate</strong>, cioè ho mangiato, diventa <strong>I hate</strong>, cioè odio. Capita davvero, capita a tavola, e conviene saperlo prima che succeda.</p> <p>Terzo: le doppie. In italiano la doppia porta significato, e lo porta da sola: nono e nonno, pala e palla, casa e cassa, sono coppie di parole diverse distinte solo dalla durata della consonante. In inglese quella durata non distingue niente. La doppia scritta, semmai, dice qualcosa sulla vocale che viene prima: <strong>later</strong> e <strong>latter</strong> non si differenziano per quanto dura la t, ma per il suono della a, e lo stesso vale per <strong>dinner</strong> e <strong>diner</strong>. Il risultato è doppiamente scomodo, perché il tuo orecchio cerca una differenza che l'inglese non fa, e intanto si perde quelle che fa davvero.</p> <p>E quelle che fa davvero sono soprattutto vocaliche. L'italiano lavora con sette vocali, contando la e e la o aperte e chiuse; l'inglese ne ha circa dodici, più i dittonghi. Quando dodici caselle vengono schiacciate dentro sette, alcune coppie collassano: <strong>ship</strong> e <strong>sheep</strong>, <strong>cat</strong> e <strong>cut</strong>, <strong>full</strong> e <strong>fool</strong>, <strong>live</strong> e <strong>leave</strong>. Non sono sfumature estetiche, sono parole diverse. Il modo che funziona è prendere una coppia alla volta e ascoltarla parecchie volte prima di provare a dirla, perché l'orecchio va addestrato prima della bocca: finché due suoni ti arrivano uguali, la bocca non ha nessun motivo di separarli.</p> <p>Poi c'è una vocale che in italiano non esiste proprio, lo schwa: il suono neutro, corto e sbiadito che l'inglese mette in tutte le sillabe non accentate. È la prima vocale di <strong>about</strong>, la seconda di <strong>banana</strong>, quella di <strong>the</strong> quando la frase corre. L'italiano pronuncia tutte le vocali per intero, con la stessa cura, e per questo l'inglese detto bene lettera per lettera suona compitato invece che parlato. Il ritmo inglese è fatto di sillabe forti che spiccano e sillabe deboli che si accartocciano: schiacciare le deboli fa più per la tua comprensibilità che sistemare qualsiasi singolo suono.</p> <p>Ultima cosa, e serve come consolazione. L'italiano si scrive praticamente come si legge, l'inglese no. <strong>Though</strong>, <strong>through</strong>, <strong>tough</strong> e <strong>thought</strong> condividono la stessa coda di lettere e hanno quattro pronunce diverse. Non c'è una regola da imparare, c'è da imparare la parola e il suo suono nello stesso momento, come due informazioni della stessa scheda. Chi viene da una lingua quasi fonetica si fida della scrittura per istinto: qui la scrittura è un indizio, non un'istruzione, e conviene sentire ogni parola nuova almeno una volta prima di darla per acquisita.</p>
<p>In italiano il verbo si porta dentro la persona. <em>Piove</em> è una frase completa; <em>vado</em>, <em>hai capito</em>, <em>serve</em>: nessuna ha bisogno di un soggetto scritto, perché la desinenza dice già chi agisce. L'inglese quelle desinenze le ha perse quasi tutte, e le ha sostituite con una regola rigida: davanti al verbo ci vuole sempre un soggetto, anche quando non c'è nessuno che agisce. Da qui il classico <strong>Is raining</strong>, che a un orecchio inglese suona come una frase cominciata a metà. La forma giusta è <strong>It is raining</strong>, e quell'<strong>it</strong> non indica niente al mondo: è un segnaposto, occupa una casella che deve essere piena. Stessa storia in <strong>It is cold</strong>, <strong>It is late</strong>, <strong>There is a problem</strong>.</p> <p>Gli aggettivi, invece, vanno spostati. In inglese stanno quasi sempre prima del nome: una macchina rossa è <strong>a red car</strong>, mai <strong>a car red</strong>. Fin qui è facile. La parte che si scopre più tardi è l'ordine quando gli aggettivi sono più di uno, perché l'inglese li incolonna in una sequenza fissa: opinione, dimensione, età, forma, colore, origine, materiale. Per questo si dice <strong>a beautiful little old red Italian car</strong> e qualunque altro ordine suona storto ai madrelingua, che però non saprebbero spiegarti il perché. Non serve imparare la lista a memoria: basta sapere che esiste e prendere l'abitudine di tenere colore e origine attaccati al nome.</p> <p>C'è poi un verbo che in italiano non ha nessun corrispettivo: <strong>do</strong>. Per fare una domanda a noi basta l'intonazione, parli inglese, con il punto interrogativo alla fine. L'inglese pretende un ausiliare vuoto, che non aggiunge significato e serve solo a reggere la struttura: <strong>Do you speak English?</strong>. Lo stesso vale per le negazioni, <strong>I do not like coffee</strong>, e per le risposte brevi, <strong>Yes, I do</strong>. La forma <strong>I like not coffee</strong> è semplicemente sbagliata, mentre <strong>You speak English?</strong> esiste ma solo come domanda di sorpresa, quando ripeti stupito una cosa appena sentita. Prendere l'abitudine del <strong>do</strong> è uno di quei passaggi che sembrano meccanici per una settimana e poi diventano automatici.</p> <p>La trappola più costosa riguarda il passato. <em>Ho mangiato</em> in italiano copre due cose che l'inglese tiene separate: <strong>I ate</strong> e <strong>I have eaten</strong>. La regola pratica è questa: se nella frase c'è un momento finito e concluso, ieri, l'anno scorso, stamattina, l'inglese vuole il passato semplice, quindi <strong>I ate pizza yesterday</strong> e mai <strong>I have eaten pizza yesterday</strong>. Il present perfect serve quando il momento non conta oppure non è ancora chiuso: <strong>I have already eaten</strong>, <strong>I have never been to London</strong>. Siccome il nostro passato prossimo assomiglia nella forma al present perfect, avere più participio, la tentazione è usarlo sempre, ed è proprio l'errore che marca il parlante italiano anche a livelli molto alti.</p> <p>Chiudo con la parte in regalo, perché esiste anche quella. In inglese i nomi non hanno genere. Niente il, lo, la, i, gli, le da scegliere, niente aggettivi da accordare, niente participi da far concordare con il complemento oggetto: <strong>the table</strong>, <strong>the problem</strong>, <strong>the cars</strong>, un articolo solo per tutto. Quello che in italiano è un lavoro di accordo continuo, fatto a ogni frase e senza pensarci, in inglese semplicemente non esiste. L'attenzione che liberi puoi spenderla dove serve davvero, cioè sui tempi verbali e sulle preposizioni, che sono le due cose in cui l'inglese è più esigente della tua lingua.</p>
Aglio è “garlic”, cucchiaio è “spoon” e bianco è “white”. Vale la pena notare che il traffico fra le due lingue va anche nel senso opposto: in inglese si mangia “pasta”, “broccoli”, “pizza” e “mozzarella” con i nomi italiani, e in cucina sei tu ad avere il vocabolario di partenza. Occhio a una cosa sola: gli inglesi chiamano “courgette” la zucchina e gli americani “zucchini”, cioè il nostro plurale usato come singolare.
Perché l'inglese vuole sempre un soggetto davanti al verbo, anche quando non c'è nessuno che compie l'azione. L'italiano mette la persona dentro la desinenza, e per questo “piove” sta in piedi da solo. In inglese la frase corretta è “It is raining”, e quell'“it” non si riferisce a niente: è un segnaposto obbligatorio. La stessa regola spiega “It is cold”, “It is late” e “There is a problem”.
Quasi sempre per due motivi. Il primo è la vocale che aggiungiamo in fondo alle parole che finiscono in consonante, per cui “dog” diventa dogga e “stop” diventa stoppa: in italiano le parole finiscono con una vocale e la bocca prosegue per abitudine. Il secondo è l'acca, che noi non pronunciamo mai, per cui “house” perde l'inizio. Attenzione però all'eccesso di zelo nella direzione opposta: se metti l'acca dove non c'è, “I ate” diventa “I hate”, e cambia parecchio.
Il nostro “ho mangiato” vale per tutti e due, ed è lì che nasce il problema. Se nella frase compare un momento concluso, ieri, l'anno scorso, stamattina, serve il passato semplice: “I ate pizza yesterday”. Se il momento non conta o non è ancora finito, serve il present perfect: “I have already eaten”, “I have never been to London”. Siccome il passato prossimo italiano somiglia nella forma al present perfect, la tentazione è usarlo sempre, ed è uno degli errori che si sentono di più.
Tre su tutti. “Eventually” non vuol dire eventualmente ma alla fine, quindi per dire se capita si usa “I might come tomorrow”. “Sensible” non vuol dire sensibile ma assennato, e la persona che si commuove è “sensitive”. “Parents” sono solo la madre e il padre, mentre zii e cugini sono “relatives”. Aggiungi “library”, che è la biblioteca e non la libreria: il negozio dove si comprano i libri è “bookshop”.
Crea la tua storia bilingue con illustrazioni generate dall'IA, narrazione audio e pratica interattiva del vocabolario.
Iscriviti gratis